Smetto quando voglio

Cosa differenzia un’abitudine da una dipendenza? 

di ANTONELLA BEVERE

«Seguire il respiro con delicata cura,
lasciar andare i pensieri come uccelli che si posano,
benedire il mondo».

Chandra Livia Candiani

Smetto quando voglio” (titolo di una trilogia di film diretti tra il 2014 e il 2017 da Sidney Sibilia) è ciò che ci diciamo quando, in preda a qualche rammarico per abitudini che non riteniamo benefiche, veniamo raggiunti dall’idea o dal consiglio di smettere.
Il messaggio è chiaro: grazie, ma per ora no! Voglio continuare, poi quando lo vorrò, sarò libero di farlo.
E’ sempre così?
Proprio qui, nella facilità con cui si fa a meno di qualcosa di non indispensabile per vivere, sta la differenza tra abitudine e dipendenza.
Ad esempio: probabilmente la prima sigaretta non è stata un gran piacere; poi, ripetendo quel gesto più volte, ci siamo abituati al leggero disgusto e al malessere iniziale (abituarsi=indossare un abito, da habere: possedere qualcosa che è esterno a noi). Con le successive ripetizioni abbiamo assunto il vizio (che al contrario della virtù si definisce come la facilità nel compiere atti non convenienti) e pian piano, quasi senza rendercene conto, i meccanismi biochimici e emotivi (entrambi riscontrabili da un punto di vista neurormonale) hanno generato un bisogno di quel gesto e di quella sostanza generando la sensazione di necessità.
Non è più un abito, non è più un avere, è diventato un essere: ci siamo trasformati in fumatori.
Il controllo sulla possibilità di farne a meno è diminuito, siamo diventati dipendenti. 

Non è facile parlare del meccanismo con cui le sigarette generano dipendenza perché si tratta naturalmente di un processo multifattoriale.

L’inalazione del fumo (o del riscaldamento) del tabacco porta la nicotina nei polmoni dove passa nel circolo venoso e polmonare e raggiunge la circolazione arteriosa del cuore e quindi rapidamente il cervello: qui si lega ai recettori colinergici. Ciò induce la stimolazione della produzione di neurotrasmettitori e l’immediato rilascio di molti di loro tra i quali la dopamina nota come induttrice della sensazione di “ricompensa”, il glutammato, che facilita l’ulteriore rilascio di dopamina nelle zone cerebrali deputate proprio alla percezione del piacere e l’acido gamma-aminobutirrico (GABA) che invece inibisce il rilascio della dopamina. Nel lungo termine ciò fa sì che occorrano dosi sempre maggiori della sostanza per avere effetti simili.
Inoltre anche tutte le altre sostanze presenti nel fumo di sigaretta interagiscono (ad esempio l’acetaldeide presente nel fumo delle sigarette, oltre a essere altamente cancerogena, inibisce le monoaminossidasi che sono gli enzimi che metabolizzano i neurotrasmettitori) intervenendo come  ulteriori cause di incremento della dopamina.
Nel momento in cui i livelli di dopamina e altri neurotrasmettitori calano, compaiono nervosismo, irrequietezza e paura: sono i sintomi che costituiscono la sindrome da astinenza ed esigono l’immediata assunzione di ulteriore nicotina.

Inoltre, tutto ciò che si associa alla sigaretta come fonte di piacere (gusto, suoni, attività, odori, gesti, relazioni interpersonali, assunzione di altri cibi o bevande come ad es. caffè o amaro di fine pasto) così come il miglioramento dell’umore in caso di assunzione durante la crisi di astinenza, viene registrato dal cervello come con-causa del benessere e costruisce una serie di trigger che rimangono presenti anche quando, dopo aver smesso di fumare, saranno diminuiti i sintomi da astinenza. 

Ulteriori sostanze prodotte dall’industria tramite una raffinata ingegneria molecolare vengono aggiunte alla sigaretta in commercio per facilitare la dipendenza e “fidelizzare” l’assunzione verso un particolare marchio.
(Henningfield JE, Benowitz NL, Connolly GN, et al. Reducing tobacco addiction through tobacco product regulation. Tob Control 2004;13:132-5.)

Quanto detto vale anche, con meccanismi biomolecolari specifici, per ulteriori dipendenze.
Uno studio americano su 2600 partecipanti a un progetto di lavoro sui disturbi da abuso di sostanze mostra come pazienti in trattamento per dipendenze da alcol e/o sostanze stupefacenti hanno un 42% in più di probabilità di guarigione duratura nel caso il trattamento riguardi contemporaneamente anche il tabagismo, qualora ovviamente fumino.  In altre parole: lavorare anche sulla dipendenza da tabacco (socialmente più accettata rispetto a quella da alcol o da droghe) incrementa la percentuale di successo duraturo quando si trattano altre dipendenze

Lo studio, pubblicato su Jama il 13 agosto 2025, 

(Cigarette Smoking During Recovery From Substance Use Disorders:jamanetwork.com/journals/jamapsychiatry/article-abstract/2837251

suggerisce di affrontare la dipendenza da tabacco come strumento per garantire una più ampia possibilità di successo nel trattamento di alcolisti e/o tossico dipendenti.

Conclusions and Relevance  
In this cohort study, within-person change from current to former smoking was associated with recovery from other Substance Use Disorders (SUD). These results suggest that smoking cessation could be used as a tool to assist recovery processes and improve health among adults with an SUD.

«Non dipendere troppo da nessuno in questo mondo perché anche la tua stessa ombra ti lascia quando sei nell’oscurità.»

Ibn Taymiyya
, XIV sec. 

In sostanza: come potremmo definire una dipendenza?
La definizione corrente è “un’alterazione del comportamento che si caratterizza per la ricerca anomala ed eccessiva di sostanze o di attività e che si mantiene o si incrementa nonostante l’evidenza che queste siano dannose”. In pratica diventa sempre più evidente la perdita di controllo compulsione nell’assunzione di sostanze o nella ripetizione di comportamenti.
Quindi non è solo il fatto che quei comportamenti o quelle sostanze siano di per sé dannosi quanto l’evidenza (talora negata dalla percezione paziente) di non poter fare a meno  di qualcosa che in realtà non rientra in alcun modo tra le esigenze vitali della persona

Come succede allora che una sostanza e un comportamento divenga “indispensabile”, di fatto, per una persona?
Molto spesso (anzi, in fondo in fondo, sempre) è perché promette di soddisfare un bisogno primario fisico o emotivo Appare come una scorciatoia che scavalchi qualche difficoltà, garantisce un benessere immediato e illusorio su qualcosa percepito come di vitale importanza, a scapito però della libertà vera.

Le analogie tra esigenza di respirare e esigenza di fumare sono evidenti: tuttavia è sul senso di quel respiro, diverso per ciascuno, che bisogna indagare.

Consideriamo ad esempio l’esigenza di cibo come necessità primaria.
Questo studio del 2022 dimostra come il cibo processato industrialmente possa generare dipendenza.:

“Highly processed foods can be considered addictive substances based on established scientific

 Per “processare” un cibo si intende modificare la quantità o la tipologia di carboidrati o di grassi rispetto al cibo naturale, aggiungere sostanze che ne alterino la palatabilità, (ad es. più sale o zucchero o esaltatori di sapidità come dolcificanti o l’onnipresente glutammato di sodio), alterare la consistenza del cibo favorendone l’assunzione (es.: un cibo croccante che dà l’idea di mordere allegramente qualcosa di appena preparato ma poi si scioglie in bocca senza richiedere ulteriori sforzi): insomma tutti i cibi prodotti su scala industriale devono essere altamente processati per entrare e rimanere sul mercato.

Quindi il bisogno primario dell’alimentazione e il sano piacere che ne deriva vengono illusoriamente ottenuti  con meno sforzi, tempo e soldi.
Ad es. le patatine in busta o i biscotti confezionati sono più facilmente raggiungibili e meno costosi rispetto agli stessi cibi preparati saltuariamente a casa. Solo nei lunghi tempi diventa visibile l’enorme risparmio in tutti questi settori.

Il prezzo di questa scorciatoia offerta dall’industria è:
– la perdita di controllo sulle quantità e le tempistiche dell’assunzione 
– la scomparsa di una corretta valutazione qualitativa del prodotto
– la percezione che nessun prodotto “naturale” sarà altrettanto buono.

(Giusto per lanciare un test: c’è qualcuno che ancora crede che le Pringles siano fettine di patate?)  

Qual è il bisogno primario che cerco di soddisfare fumando?
E con questa sigaretta in particolare?

In un precedente articolo, Acudetox una via di uscita,
ho enumerato i segni distintivi della dipendenza, qui mi interessa sottolineare come un divieto o un comando negativo (es. “non voglio più fumare”) difficilmente riuscirà a vincere una dipendenza perché in quanto tale essa ha già aggirato e raggirato la volontà

E’ opportuno scendere nel senso profondo dentro di noi: quale bisogno primario in conclusione cerco di soddisfare con le sigarette?
La domanda può lasciare a lungo perplessi, lo so, ma necessita di riflessione. 

L’ascolto vero da parte del terapeuta, l’impegno sincero da parte del paziente, la conoscenza profonda e il lavoro quotidiano sul nucleo di quella specifica dipendenza costituiscono gran parte della garanzia di successo. 

Ascoltate il mio respiro,
il vostro stesso respiro
come le lucciole,
ogni piccolo fiato
una fiammata
in cui appare il mondo.

Dalla poesia Ninnananna
nella raccolta L’iris selvatico
(1993; traduzione di Massimo Bacigalupo, il Saggiatore 2020)

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